Rorschach

Ho finito ora di leggere Watchman. untitled

Solo guardando copertina avevo deciso che tu non mi saresti stato simpatico. Con quella tua faccia che cambia sempre. Ancora ora fatico a pronunciare il tuo nome. Leggendo solo le prime pagine ho scoperto anche dell’odore che ti porti addosso. Continuando a leggere ho scoperto la tua storia, la tua infanzia disastrosa e mi sono fermata a riflettere sulla tua caparbietà e sul tuo desiderio di scoprire chi avesse architettato un piano per eliminare tutti quelli che con te facevano parte di quel gruppo di eroi senza potere che volevano che la giustizia regnasse per le strade di New York.

untitled (3)Poi mi sono identificata nel tuo essere un maledetto manicheo. Nel tuo vedere il mondo bianco o Nero. Nel tuo desiderio di scoprire e diffondere la Verità sempre.

Sei un sociopatico. Un solitario. Hai, per tutte le 400 pagine di fumetto, dimostrato che nessuno avrebbe potuto avvicinarti o condividere sentimenti con te. Ma alla fine sei quello che lascia un segno anche dopo il suo sacrificio supremo, un messaggio all’umanità.

Senza neanche sapere se qualcuno lo leggerà mai.

 

“Rimango alla luce del fuoco, sudato. Macchia di sangue sul petto, come la mappa di un nuovo, feroce continente. Mi sento puro. untitled (2)Sento un pianeta oscuro girare sotto di me e so quello che sanno i gatti quando urlano come neonati nella notte. Guardo il cielo attraverso il fumo greve di grasso umano e Dio non c’è. Buio freddo, soffocante, senza fine e noi siamo soli. Viviamo come capita, in mancanza di meglio. Poi escogitiamo giustificazioni. Nati dall’oblio. Facciamo figli destinati all’inferno come noi. Torniamo nell’oblio. Non c’è altro. […] La vita è dettata dal caso. Non segue schemi, tranne quelli che ci troviamo noi dopo averla fissata troppo a lungo. Nessun senso tranne quello che decidiamo di imporle. Questo mondo alla deriva non è plasmato da vaghe entità metafisiche. Non è Dio che uccide i suoi figli, non è il fato che li massacra o il destino che li getta ai cani. Siamo noi. Solo noi. Le strade puzzano di fuoco. Il vuoto mi soffia freddo sul cuore, trasformando le illusioni in ghiaccio, frantumandole. Rinasco, libero di scarabocchiare il mio disegno su questo mondo eticamente vuoto. […] Sono Rorschach.”

 

La Donna Samurai

Giuliano Fujiwara

Mi sono innamorata delle sue linee e della sua semplicita’.

Del fatto che abbia debuttato a Milano nel 1986, delle sue origini giapponesi e del fatto che abbia influenzato a livello mondiale l’industria della moda col suo Minimalismo. giuliano-fujiwara-donna-fall-winter-2012-2013

Minimalismo che non e’ solo pulizia dagli eccessi, ma che e’ soprattutto fare le cose fatte per bene, coniugando tradizione e nuova tecnologia.

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Ora che ho scritto le mie righe con serieta’ e padronanza della materia posso dire che la mia esaltazione deriva dall’aver trovato in saldo un paio di scarpe meravigliose della collezione di quest’anno che credo non mi levero’ mai piu’ dai piedi.

 

Mi piace il suo taglio maschile, il fatto che la sua collezione donna non sia, come ci si aspetterebbe, un richiamo al mondo delle geishe ma molto di piu’ a quello dei samurai.

 

Ma soprattutto mi affascina la sua semplicita’, in un mondo di fronzoli, eccessi fini a se stessi e luci sgargianti vedere il suo stile mi riappacifica l’anima stordita da colori fluo, leoparti, ghepardi e camouflage.

 

 

Una Storia D’Amore

Frida aveva 20 anni.

Aveva gia’ subito diverse operazioni chirurgiche dopo un incidente che la  devasto’ nel 1925 e le sue giornate trascorrevano tra la pittura ed i libri sul movimento comunista in Messico.

I suoi genitori infatti, sapendola costretta a letto, le regalarono un baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Iniziò così la serie di autoritratti.1004406_10151673417416294_1277212744_n

“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” diceva.

Essendo ormai completamente dedita all’arte pensò quindi di farne anche una fonte di guadagno, per se e per la sua famiglia, e fu per questo che “il  rospo e la niña” si incontrarono: lei porto’  i suoi dipinti ad un  illustre pittore dell’epoca, Diego Rivera, perche’ potesse esprimerle un suo giudizio.

Nel 1929 Diego Rivera e Frida Kahlo erano marito e moglie. Fu l’ inizio di un amore lungo e tormentato, costellato di tradimenti e colpi di scena (anche di pistola), destinato a entrare nella leggenda. Rivera, 46 anni, già al terzo matrimonio, fu da subito un marito infedele ma sempre affettuoso. Nelle lettere alla moglie si firmava con il disegno dei suoi labbroni. La chiamava «Adorabile Fisita, bambina dei miei occhi, vita della mia vita», «mia bellissima ragazzina».

Dopo un esperienza negli Stati Uniti, durante la quale Frida affronto’ tre gravidanze, Frida_Kahlo_Diego_Rivera_1932 tutte in aborti, decisero di tornare in Messico e vivere a San Angel, in una casa costituita da due cubi comunicanti in stile modernista, uno rosa e l’altro blu. Divisi per mantenere i propri spazi artistici.

Ma quando lui la tradì con la sorella Cristina, Frida non resse il colpo, fece le valigie e se ne andò negli Stati Uniti . Rivera la raggiunse un anno dopo: non aveva mai smesso di amarla, così le fece una nuova proposta di matrimonio, che lei naturalmente accettò.

Diego e Frida nel 1940 si risposarono a San Francisco, lei con una fantastica gonna tehuana verde, e stettero assieme finché la morte di lei non li separò.

C’è una lettera famosa, che venne pubblicata, che Frida scrisse in un momento di solitudine, una notte in cui Diego era lontano. Una lettera scritta a Città del  Messico il 12 Settembre del 1939 e che lei non spedì mai. Ti invito a leggerla, perché parla di un amore che va oltre tutto quello che siamo abituati a pensare.

Frida Kahlo mi sono riempita di te oggi. Della tu vita e dei tuoi colori.

E leggendo questo ho pensato per un attimo che stessi parlando esattamente con me.

“Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo,
ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.”