La Lettera di Dimissioni

Basta.

Ho resistito finora. Ho pensato alla sicurezza del posto fisso e non ho neanche osato lamentarmi per rispetto di chi un lavoro non ce l’ha. Ho messo prima il mutuo, le bollette, mia figlia, le vacanze e le scelte altrui.

Ho pensato fosse un problema mio, mi sono messa in discussione. Ho cambiato, imparato, sudato, sbagliato, provato e creduto. Ho dato entusiasmo, tempo, onestà e dedizione ad una causa che non è e non potrebbe mai essere la mia.

Ho messo da parte sogni, passioni, famiglia, amici, libri, film, vento e aria. Ho pensato che prima o poi qualcuno se ne accorgesse ed il merito ogni tanto vincesse.

wpid-ugdof2.jpegHo sentito lamentele, urla, sbotti. Ho consolato, sdrammatizzato e fatto ridere chi di ridere proprio non ne aveva voglia.

Ho creduto nel Lavoro, nella fatica. Ho pensato che ormai l’epoca del ” una mano lava l’altra” fosse finita. Che l’ambiguità fosse demode’. Ho pensato anche che dal tempo di “siamo quello che sembriamo” fossimo passati al “valgo perché sono straordinario”. Ma niente. Siamo passato solo dallo straordinariamente raccomandato allo straordinariamente stronzo.

Per tutto questo sopra, cari miei, mi dimetto. Perché non potrei sopravvivere un attimo di più qua.

Tenetevi le ferie arretrate, non vi do neanche il preavviso. Tenetevi il vostro squallore. Io sono di un’altra pasta.

Ah è vero. È il compleanno di mia figlia. Come dice? Eh si ha ragione. Ho duemila euro di bollette da pagare. Le ferie? Si effettivamente ho già prenotato la casa.

Okay . A domani. Stesso posto. Stessa ora.

 

De Rerum Ballerina

La scarpa più discussa di sempre.

Chi non ha mai sentito un maschietto dire che sono “antisesso”, un’amica che non slanciano la gamba o un medico che fanno male la schiena?

Certo, avete tutti ragione ma ascoltatemi.

Gentile collega, amico o marito che ti interessi tanto alla mia sessualità, ho da farti notare una cosa: hai mai visto un gambaletto color carne? Quello si che fa ribrezzo altro che. E pensa che magari, quella laggiù che ancheggia col tacco, si proprio lei, ne indossa un paio! Se guardi bene, e se non stiamo parlando di una statua di marmo, puoi anche scorgere in alto sul polpaccio, il segno dell’elastico sotto il pantalone. Perché certo fa figo mettersi un paio di decolleté tacco 12 ma sotto – Dio mio – il gambaletto no! Non è solo in tacchi che si misura la sensualità di una donna.

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Veramente credete basti così poco? Se vi limitate a giudicare se una donna è sexy dal gambaletto… maschietti miei… o non avete mai avuto un’avventura tanto travolgente da non implicare il tornare a casa a mettersi il reggicalze da gara, o vi hanno sempre un po’ preso per il culo.

 

Amica mia, parliamone, slanciano la  gamba? Ma quando sarebbe il momento preciso in cui la slanciano? Quando corri giù per le scale accompagnando il cane a fare la pipì? O quando per esempio tuo figlio ha deciso che vuole imparare a camminare? Ah no è vero, forse quando fai la spesa e cerchi di caricare 3 sacchetti ed una cassa d’acqua sullo scooter! Forse anche quando in pausa pranzo hai 45 minuti netti per fare quello che in qualche telefilm le amiche fanno in interminabili pomeriggi di shopping. Amica mia ma almeno quando decidi che è la giornata adatta per “slanciare la gamba” eviti il gambaletto di cui sopra? E non mi tirare fuori il nuovo modello con l’elastico che non si vede perché bella mia, se hai il coraggio di rischiare la tibia ad ogni passo, mettile senza calze quelle Jimmy Choo da funambola per cortesia!

E per finire arrivi tu dottore, forse l’unico a cui darei retta… se non fosse che il tacco che mi consigli … quello si che ammazza il sentimento…

 

 

Le Parole Vuote

Assolutamente , fresco, ragionamento, esercizio, apericena, Brand, macro, fitting, outfit.

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Non te lo dico neanche, piuttosto che, counceling, senza, trombamico, solare, grillini, zonizzare, peddy, attimino, donna con le palle, think  globally, web designer, loft, duebarratre, asap, rimodulare, digitalizzare, ottimo, fyi, fyg, vera verità, è ufficiale.

 

Ma anche no, top, adoro, senza se e senza ma, veg, target, social, radical chic, ci aggiorniamo, nomination, domotica, storytelling, stay tuned, exotico, save the date, degustazione, hipster, chi fa cosa, agenda, performante, biodiversità, dressing, zumba, spin off.

 

Detox, SPA, lounge, giusto, mindset, target, team building.

 

Startup, kick off, spannometrico, must have, middle management, millemila, esaustivo, fingerfood, bollicine, splittare, perplime, invitation, dresscode, posizionare, shatush, proattivo, upselling, keep calm and…

 

BOOM!

 

 

Il Nostro Mondo

Avere un figlio insegna molte cose.

Certo non è solo gioie, essere genitori insegna la rinuncia, insegna l’altruismo. Sei costretto ad imparare la pazienza, a non avere mai la possibilità di mollare un attimo. Capisci veramente che cos’è la paura, le preoccupazioni assumono un’altra fisionomia, il fisico cambia e con lui tutti i tuoi ritmi.

Essere genitore per me ha significato diventare donna. Forse sarebbe dovuto accadere l’inverso , per lo meno mi hanno sempre insegnato così. Invece io ero un’adolescente troppo cresciuta e diventare madre mi ha aiutato a staccarmi dalle dipendenze emotive, dai miei genitori, dal mio compagno ed in un certo senso anche dai miei amici.

Non è stato facile, non mi sono sentita madre come romanticamente ogni donna pensa che accada, e cioè al primo vagito di mia figlia. No, io no.

Ci ho messo mesi.wpid-2014-05-18-19.53.21.png.png

Ma alla fine eccomi qua.

Stasera proprio dopo essermi lamentata del fatto di vivere in città, in un condominio, su una strada trafficata e con una fantastica vista sul palazzo di fronte, ho notato mia figlia sul balcone, che parlava da sola.

Mi sono avvicinata ed ho sentito dire ” Che bello il nostro mondo!”

A volte mi accorgo che a lei basta veramente poco, che tutte le aspettative che ci creiamo derivano da modelli che ci hanno costruito attorno o ancora di più da noi stessi.

Essere madre ogni giorno è una lezione e la lezione di oggi è stata che dove investi il tuo amore, investi la tua vita.

Non ci sono soldi, case, vestiti, viaggi, serate, carriere o gioielli che tengano.

Un Paradosso

Questo video sta spopolando su YouTube. Ad ascoltarlo e guardarlo la sensazione di chi come me è abituato ad avere account su social network, ad ascoltare musica al condivisa ed addirittura a sprecare un’ora al giorno del suo preziosissimo tempo lavorando ad un blog, è quella di avere sbagliato tutto nella vita e soprattutto di dare in pessimo esempio ai propri figli.

Poi però chi è come me e per fortuna ha anche un cervello, si mette a riflettere su molte cose:

Intanto. Per mezzo di cosa ha potuto diffondersi questo video? Grazie ad un social network su cui si possono condividere video.

Secondo. Siamo così convinti che chi si chiude in casa e non trova stimoli per incontrare amici, vedere un cielo stellato o sentire il profumo del mare non avrebbe fatto le stesse scelte senza che i social network gli dessero una mano? Forse sarebbe stato meno facile. Tutto qua.

Il problema è di chi nasce e cresce con modelli di adulti smartphone dipendenti, ma allo stesso modo di chi è cresciuto con genitori teledipendenti. Il problema è di chi compra ai suoi figli app da usare su tablet anziché libri da sfogliare. O preferisce dotarlo di videogiochi anziché di gambe rinforzate dalla corsa e segnate da cicatrici. O preferisce farlo fare il pieno di film “portatili” anziché di vitamina d.

Come al solito la linea di confine è segnata dall’intelligenza e dalla consapevolezza delle persone.

Il digitale è un mezzo, non un fine e come tale deve essere considerato.

Sono qui al parco a scrivere il mio pensiero di oggi e per questi quindici minuti il cane sta al guinzaglio e mia figlia gioca sugli scivoli sorvegliata dal padre. Sono al sole. Ascolto rumori e sento profumi.

 

E sinceramente non ci vedo nulla di male.

La Mafia è Merda

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Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.

All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre.

È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore

Peppino Impastato

Cinisi, 5 Gennaio 1948 – Cinisi, 9 Maggio 1978

A Volte

A volte è duro essere quasi quarantenni.

A volte è faticoso essere una donna che è anche madre e compagna.

Spesso è duro essere una figlia.

Ma la cosa più faticosa è non farsi scalfire da chi cerca di schiacciarti solo perché accidentalmente sei finita sul suo percorso, solo perché non ha probabilmente le tue stesse difficoltà o semplicemente non se ne cura a tal punto da farcire il proprio nulla di un apparente tutto.

Allora per me rimane solo una cosa da fare per non sprecare neanche un secondo della mia vita invano:

Accendere la radio, mettere le cuffie, chiudere gli occhi e ritornare al vuoto che qualcuno ha tentato di riempire tutto il giorno con la propria follia.

La follia di chi purtroppo pensa ancora che siamo quello che sembriamo, al costo di credere di potersi prendere gioco del mondo intero.

Una Storia D’Amore

Frida aveva 20 anni.

Aveva gia’ subito diverse operazioni chirurgiche dopo un incidente che la  devasto’ nel 1925 e le sue giornate trascorrevano tra la pittura ed i libri sul movimento comunista in Messico.

I suoi genitori infatti, sapendola costretta a letto, le regalarono un baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che potesse vedersi, e dei colori. Iniziò così la serie di autoritratti.1004406_10151673417416294_1277212744_n

“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” diceva.

Essendo ormai completamente dedita all’arte pensò quindi di farne anche una fonte di guadagno, per se e per la sua famiglia, e fu per questo che “il  rospo e la niña” si incontrarono: lei porto’  i suoi dipinti ad un  illustre pittore dell’epoca, Diego Rivera, perche’ potesse esprimerle un suo giudizio.

Nel 1929 Diego Rivera e Frida Kahlo erano marito e moglie. Fu l’ inizio di un amore lungo e tormentato, costellato di tradimenti e colpi di scena (anche di pistola), destinato a entrare nella leggenda. Rivera, 46 anni, già al terzo matrimonio, fu da subito un marito infedele ma sempre affettuoso. Nelle lettere alla moglie si firmava con il disegno dei suoi labbroni. La chiamava «Adorabile Fisita, bambina dei miei occhi, vita della mia vita», «mia bellissima ragazzina».

Dopo un esperienza negli Stati Uniti, durante la quale Frida affronto’ tre gravidanze, Frida_Kahlo_Diego_Rivera_1932 tutte in aborti, decisero di tornare in Messico e vivere a San Angel, in una casa costituita da due cubi comunicanti in stile modernista, uno rosa e l’altro blu. Divisi per mantenere i propri spazi artistici.

Ma quando lui la tradì con la sorella Cristina, Frida non resse il colpo, fece le valigie e se ne andò negli Stati Uniti . Rivera la raggiunse un anno dopo: non aveva mai smesso di amarla, così le fece una nuova proposta di matrimonio, che lei naturalmente accettò.

Diego e Frida nel 1940 si risposarono a San Francisco, lei con una fantastica gonna tehuana verde, e stettero assieme finché la morte di lei non li separò.

C’è una lettera famosa, che venne pubblicata, che Frida scrisse in un momento di solitudine, una notte in cui Diego era lontano. Una lettera scritta a Città del  Messico il 12 Settembre del 1939 e che lei non spedì mai. Ti invito a leggerla, perché parla di un amore che va oltre tutto quello che siamo abituati a pensare.

Frida Kahlo mi sono riempita di te oggi. Della tu vita e dei tuoi colori.

E leggendo questo ho pensato per un attimo che stessi parlando esattamente con me.

“Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo,
ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.”

 

 

 

L’Eleganza

Guardandomi intorno mi interrogo su cosa sia realmente l’eleganza. Mi capita spesso di prendere le distanze e riflettere sulla natura  umana. Non è questione di sentirsi in qualche modo superiore, ne faccio quasi un’osservazione scientifica, anche perché mio malgrado spesso mi ritrovo a comportarmi come un individuo, perdonami la definizione, “medio”. wpid-wp-1399401737359.jpeg

Sento intorno a me donne farsi i complimenti per un tacco esagerato, per una pettinatura all’ultimo grido o per una borsa che fa del suo brand il suo segno distintivo. Una borsa con i colori inconfondibilmente pacchiani di una grande maison, un cappotto con l’iniziale del grande stilista ripetuta all’infinito.

Se penso all’eleganza però non mi viene in mente questo. Se penso all’eleganza penso ad un collo lungo da cigno, ad in piede arcuato e ad una camminata leggera e composta. Penso al senso dell’umorismo, ad una conversazione interessante, ad un tono di voce pulito. Non mi viene in mente una pelle eccessivamente abbronzata, ma un colorito dorato. Se l’eleganza fosse un profumo non lascerebbe la scia, ma si farebbe semplicemente ricordare.

Ma forse in questo non sono nella “media”, non appartengo all’opinione  comune.

Eppure lo diceva anche anche Coco Chanel:

“L’eleganza non è semplicemente indossare un vestito nuovo”